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Un business a luce intermittente

di Nino Ciravegna

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12 settembre 2009

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Si tratta di un qualcosa di più dei classici sensori che vengono applicati ai pali e che spesso, sporcandosi, tengono accesa la luce anche durante il giorno. E c'è un qualcosa di più nella nuova frontiera dell'Umpi: mettere insieme elettricità e trasmissione dati. «Sui pali della luce, con un semplice sensore sviluppato da noi, possiamo installare videocamere per la sicurezza, ripetitori per la rete Wi Fi, pannelli d'infotraffico o caricabatterie per le biciclette elettriche. Senza costosi sistemi di cablaggio, ma usando la rete elettrica esistente».

L'azienda di Cattolica scommette anche sulla gestione dei grandi complessi edilizi e industriali: «Stiamo sviluppando progetti nella building automation - continua Cecchini - con un sistema che permette di controllare tutto, dalla videosicurezza al controllo ambientale o alle eventuali fughe di gas». In questo settore, che occupa già il 30% del fatturato, la concorrenza è forte, «ma nell'illuminazione pubblica non temiamo la concorrenza: il nostro server controlla quasi 300mila punti luce in tutto il mondo, oltre a quelli gestiti direttamente dai nostri distributori, e da Cattolica siamo riusciti a risolvere un problema agli impianti installati in Perù senza dover mandare un tecnico in zona».

La classica piccola impresa - il fatturato sfiora i 7 milioni - che parte da idee relativamente semplici (per la verità diventano semplici dopo che le hanno avute gli altri) per inventare nicchie di mercato e aprire la strada a nuove applicazioni tecnologiche. Una di quelle imprese selezionate da Symbola per le idee innovative a basso impatto ambientale e alto radicamento sul territorio, in grado d'avviare una mini-filiera di consulenti e produttori.
Umpi è anche uno dei partner tecnologici di Telecom nel progetto Smart Service con un programma messo appositamente a punto, Smart Town, per trasmettere dati attraverso la rete elettrica. Un progetto pilota è già stato realizzato all'Ospedale Sant'Orsola di Bologna: permette ai ragazzi ricoverati di seguire le lezioni a scuola usando i vecchi fili per i videocollegamenti.

Le prospettive sono buone, se si pensa che solo in Italia l'Istat, che conta tutto, ma proprio tutto, ha censito 8,4 milioni di pali dell'illuminazione pubblica esistenti nel 2001. C'è quindi ancora molto da fare, settori da scoprire, interventi da fare: l'Enea ha calcolato che se tutti gli edifici pubblici italiani adottassero adeguati sistemi di rispetto energetico l'Italia potrebbe risparmiare 420 milioni l'anno.
C'è molto da fare e su questo si gioca la scommessa della Leuci di Lecco, un marchio storico per l'illuminotecnica italiana. Per anni ha dovuto reggere la concorrenza di giganti come la tedesca Osram, una cinquantina d'impianti sparsi in 18 Paesi, o la Philips, che ha delocalizzato da decenni una produzione da capogiro (nel solo settore dell'illuminazione il gruppo olandese ha realizzato nel 2008 un fatturato di 7,1 miliardi con 57mila dipendenti).

Impossibile competere, con un giro di affari che è crollato dai 45,7 milioni del 2007 ai 25,5 del 2008. Eppure Leuci ha tentato di restare a galla in tutti i modi: ha ampliato la sua attività producendo lampadine alogene o fluorescenti, si è espansa nel settore delle plafoniere e negli impianti d'illuminazione stradale. Ma senza avere adeguati fondi per investire in ricerca e i numeri per alti volumi di produzione. Per troppi anni il core business è rimasto nelle lampadine a incandescenza. Nel 2003 ne produceva 100 milioni, scese a 40 milioni nel 2007 e a 35 milioni l'anno scorso.
Il vecchio proprietario, Carlo Rizza, ha ceduto l'azienda dopo aver denunciato con forza, nel 2005, l'invasione di lampadine cinesi «senza garanzia di qualità e durata», al gruppo Relco di Buccinasco (Milano), guidato da Giuliano Pisati, che comprende anche Vlm, Leonardo luce e Segni. Pisati sta mettendo a punto un piano di rilancio per la Leuci: lampade speciali, come quelle per i frigoriferi, o quelle alogene. Si parla di attività di componentistica per una maggiore integrazione con le altre realtà del gruppo milanese.

Ci vorrà tempo e tenacia per rimettere in piedi la Leuci, ristrutturazioni profonde. Perché le classiche lampadine a incandescenza, che tanto avevamo apprezzato in questi 47mila e rotti giorni, non le vedremo più. Tra i sindacati c'è chi spera, forse ingenuamente, nell'export nei Paesi extra-Ue e nei tanti fan della luce a incandescenza. Utenti nostalgici o esperti e designer che trovano troppo fredda, innaturale, la luce delle alogene. Forse potrebbe esserci un ultimo sussulto di mercato: di fronte al divieto Ue, c'è chi è corso a fare scorte dei classici bulbi con filo di tungsteno, tanto che in Germania nei primi sei mesi di quest'anno le vendite sono aumentate del 34 per cento.
Forse in futuro ci saranno tecno-spalloni per il contrabbando di lampadine a incandescenza. Ma la necessità di risparmiare energia non lascia dubbi: se l'Italia sostituisse tutte le lampadine a incandescenza potrebbe risparmiare un miliardo l'anno. Per questo non si può più guardare indietro, e per questo la Leuci sarà costretta a cambiare pelle. Radicalmente.

12 settembre 2009
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